La storia di come sono diventato insegnante (prima parte)

Questa è una storia che racconto spesso, ma non ho mai scritto. E’ una storia piuttosto lunga, ma che mi sembra insegni molte cose sulla scuola italiana e su alcuni cambiamenti che, più prima che poi, occorrerà avviare.

Mi sono laureato nel febbraio 2001, Lettere moderne all’Università Cattolica di Milano. Centodieci e lode, perché all’università ero bravo, tanto quanto al liceo ero debole (al punto di ripetere un anno). Attenzione alle date, perché sono importanti: l’ultimo concorso scuola – l’ultimo fino a quello dello scorso anno – si era da poco messo in moto e io non avevo fatto in tempo a parteciparvi perché sprovvisto del titolo. Se fossi stato un po’ più rapido a laurearmi, o se non avessi impiegato sei anni a finire il classico, avrei potuto partecipare a quel concorso e magari diventare insegnante di ruolo nel giro di pochi mesi. E senza aver mai insegnato in vita mia: perché chi vinceva il concorso faceva cappotto, abilitazione all’insegnamento e cattedra in un solo colpo. Poi magari sapeva tutto di Dante e Foscolo ma era un pazzo frustrato pronto a scaricare il suo male di vivere sui successivi quattro decenni di adolescenti, ma pazienza.

Ad ogni modo, questione di mesi, perdo il treno del concorso e decido di cercarmi un altro lavoro. Finisco a fare rassegne stampa in un’agenzia specializzata, orario di lavoro 6.30-13.30 (circa), dal lunedì al venerdì. Bello, per i primi due-tre mesi. Ma ora di settembre 2001 – saranno gli orari folli, sarà lo stipendietto da fame, sarà che sono un tipo bizzarro – ho già maturato la convinzione che il lavoro d’ufficio e la sua routine non facciano per me e ritorno all’idea dell’insegnamento.

Mi iscrivo alle prove d’accesso per il terzo ciclo della SSIS: Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario. E’ il nuovo canale per abilitarsi all’insegnamento: partito un po’ in sordina nei primi due cicli – azzoppati dal concomitante concorso, vinto il quale molti comprensibilmente abbandonano la SSIS – al terzo ciclo la Scuola di Specializzazione esplode. Tantissime le richieste, perché se si vuole insegnare, la strada ormai è quella.

Passo le selezioni, piuttosto impegnative per quanto ricordo, e mi iscrivo ai corsi per conseguire tre abilitazioni: A043 (Lettere alla scuola media), A050 (Italiano e storia negli Istituti tecnici) e A051 (Italiano e latino nei licei). Iniziano due anni folli, ma anche piuttosto belli. Durante il primo anno, mi tengo il lavoro delle rassegne stampa: al mattino mi alzo alle 5.30, faccio colazione, vado in ufficio, lavoro fino alle 13.30, mi catapulto in università e seguo le lezioni fino al tramonto (è la frequenza obbligatoria, bellezza!) Poi ci sono gli esami, la maggior parte tosti come esami universitari vecchio ordinamento, e quindi devo trovare anche il tempo di studiare.

Però l’esperienza ha il suo perché, imparo tante cose, alla neonata Bicocca frequento molti corsi di scienze dell’educazione che mi arricchiscono sicuramente, conosco un sacco di colleghi simpatici e ci si fa una gran compagnia. Faccio anche tantissime ore di tirocinio: alle medie, in un istituto per geometri e in un liceo scientifico. Un’esperienza preziosa: ho tempo e modo di osservare quel che succede in classe senza essere un alunno e senza essere un insegnante. Un privilegio che pochi docenti italiani hanno avuto: fatevi raccontare da qualche prof. vostro amico cosa significa essere spedito in una classe, magari freschi freschi di laurea, senza la minima indicazione su cosa fare, come comportarvi, cosa funziona e cosa no. L’unica strategia è l’improvvisazione e, più o meno consapevole, l’imitazione dei propri insegnanti (i migliori, si spera). Invece con il tirocinio io, e tanti colleghi, abbiamo avuto il tempo di guardare e riflettere; senza dover subito agire, senza essere subito responsabili della classe. Vi sembrerà una cosa ovvia: ma quando lo facevamo noi, dodici-tredici anni fa alla SSIS, nella scuola italiana quasi tutti ci dicevano: “è inutile, tanto si impara solo insegnando”. Che non è vero: senza insegnare non impari a insegnare; ma per imparare a insegnare non basta insegnare. Non è un gioco di parole: è una frase importante, datemi retta. Per imparare a insegnare non basta fare pratica: occorre anche riflettere sull’insegnamento, sui processi e sulle dinamiche che si attivano nella classe quando l’insegnante agisce e quando fa agire i suoi alunni. E questa riflessione la fai in maniera più ricca e completa se non sei sempre in cattedra, se qualche volta hai l’occasione di scendere dalla cattedra e di osservare il lavoro di un collega – magari più esperto – e della sua classe.

La SSIS non è tutta meraviglie, però. Ci sono anche diverse cose che non funzionano. La prima lezione di didattica della Letteratura italiana, ad esempio, è indimenticabile: di fronte a una platea di ottanta laureati in lettere, il docente svolge la parafrasi del V dell’Inferno. Non è che ci spiega come insegnare a fare la parafrasi, oppure svolge una riflessione sul tema “validità didattica della parafrasi”. Niente di tutto questo: fa proprio la pa-ra-fra-si verso per verso, terzina per terzina. Qualcosa che ciascuno di noi avrebbe potuto fare a memoria, vista la laurea e le prove d’accesso superate. Un esercizio che faccio fare ai miei alunni di seconda media, tra l’altro.

E poi iniziano le mille magagne legate a graduatorie, punteggi, diritti acquisiti o supposti tali. Perché noi Sissini, che siamo un po’ i nonni o gli zii degli attuali Tieffini, ci iscriviamo al biennio di specializzazione e investiamo tantissimo tempo e parecchi soldi (non è mica gratis, né tanto meno siamo pagati!) convinti che al termine di quei terribili due anni andremo belli belli in cattedra e, nel giro di pochissimo, raggiungeremo l’agognato ruolo: il contratto-a-tempo-indeterminato-vita-lavorativa-natural-durante che siamo rimasti solo noi dipendenti statali a considerare la norma, tra quelli nati dopo il 1970.

Invece no. Scopriamo che ci sono tante altre categorie di aspiranti-insegnanti-a-tempo-indeterminato, ciascuno con un suo percorso abilitante alle spalle (più o meno serio, più o meno selettivo), ciascuno con il suo bel bagaglio di diritti acquisiti o supposti tali nello zainetto. E inizia una lotta a chi riesce a strappare qualche punto di più nelle graduatorie, un passettino avanti un passettino indietro, un tira e molla ridicolo ed estenuante che – per quanto mi riguarda – inizia persino prima di mettere piede in una scuola per la prima volta. Siamo i capponi di Renzo, noi insegnanti italiani. Da parecchi decenni è così: divisi in mille rivoli, in mille abilitazioni, in mille percorsi, ci prendiamo a beccate gli uni con gli altri in attesa che la cuoca di Azzeccagarbugli ci tiri il collo per benino.

E dato che le cose mi piace farle per benino, con un lavoro in ufficio e i corsi da seguire e gli esami da superare e il tirocinio da infilare decido anche di farmi eleggere rappresentante degli specializzandi. Prima di quelli del mio indirizzo, poi di tutta la Statale. E giro pure mezza Italia – Bergamo, Genova, Torino, Roma, Parma, Bologna – per incontrarmi con i rappresentanti delle altre SSIS e organizzarci per dare anche noi le nostre brave beccate agli altri capponi del mazzo.

[Fine prima parte. Ma continua, promesso]

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